Il fagiolo Cosaruciaru di Scicli c’è

cosaruciauLe pietre chiare dissotterrate dai campi sono state usate nel tempo dai contadini per dividere le proprietà e creare recinti per i pascoli. Oggi delimitano colture agricole variegate: dagli ulivi posti nei terreni più calcarei, ai mandorli allevati nei terreni alluvionali, per arrivare ai carrubi centenari, un altro spettacolo unico degli Iblei.
Accanto alle colture più ricche, un gruppo di agricoltori sciclitani ha custodito anche un fagiolo: il cosaruciaru (in dialetto “cosa dolce”) che si riconosce per via del suo colore bianco-panna con piccole screziature marroni intorno all’ilo. La sua coltivazione risale all’inizio del ‘900, quando il cosaruciaru, detto anche “casola cosaruciara”, aveva il suo peso nell’economia agricola locale. Al tempo gli era riservata un’area speciale, le cannavate, fatta di terreni alluvionali, freschi e permeabili, localizzati lungo il torrente Modica-Scicli. I coltivatori – detti ciumarari, da ciume (cioè fiume, in siciliano) – nel periodo del raccolto lo portavano in città sui carrettini e lo vendevano ai negozianti locali spuntando un buon prezzo. Allora si vendeva in grandi sacchi presenti in tutti i negozi di alimentari della città.(www.fondazioneslowfood.it/presidi)

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